La mia Campania Stories – parte seconda: Vesuvio e Campi Flegrei

Campania stories e il focus sulle zone

di produzione vinicole campane:

Vesuvio e Campi Flegrei

Inizia il 31 agosto l’approfondimento dei territori vinicoli campani.

Dici Vesuvio e pensi al vulcano, alle cartoline di un tempo, oggi cadute in disuso e sostituite da foto da millemila pixel di risoluzione, sparate nel web mentre ancora stai finendo di scattarle.

No, qui se dici Vesuvio, dici vigna. Vite, uva, biodiversità, lavoro, coraggio, fatica, rispetto per il territorio e per l’ambiente.

Ci troviamo alle porte di Pompei, a una manciata di chilometri dall’eternità della Storia, precisamente a Boscotrecase (NA). L’azienda Sorrentino è una delle tenute che coltiva vigna e produce vini ai piedi del famoso vulcano, da tre generazioni.   Circa 35 gli ettari vitati nella denominazione Vesuvio, per una proprietà di oltre 200 ettari totali. Suoli, manco a dirlo, vulcanici e viti centernarie a piede franco, dove i vitigni autoctoni  crescono in un contesto estremamente particolare. Si tratta, infatti, dell’area vulcanica più grande dell’Europa continentale relativamente a vulcani esplosivi attivi, seppur a tutt’oggi dormienti.

Le colate laviche che si sono susseguite nei secoli (l’ultima risale al 1944) hanno arricchito il suolo con minerali, pietre pomici, lapilli e lo hanno reso molto fertile e drenante, fungendo così da protezione per le viti a piede franco.

Qui la viticoltura ha radici antichissime. Le vigne sono coltivate a pergola e vi si trovano varietà miste (piedirosso, aglianico, coda di volpe,  caprettone, lacryma christi…) anche a distanza di pochi passi. La biodiversità regna sovrana, infatti sotto la pergola ci sono colture differenti, di ogni tipo: questo perché in passato si dovevano mantenere frutta e ortaggi tutto l’anno, necessari per la famiglia. Modus operandi che è rimasto in uso anche alle nuove generazioni.

Accompagnati da Pino Sorrentino e le guide “vulcaniche“,  il wine trekking ha condotto il gruppo di giornalisti e  addetti ai lavori  a passeggio nelle vigne, per circa due ore, alla scoperta del territorio vesuviano.

Diverse le tappe in programma durante l’itinerario, dove non sono mancati assaggi dei vini prodotti dalle vigne che stavamo esplorando, quasi come a dirci “stai degustando proprio il frutto del lavoro che si fa in questi metri, che nasce da queste piante”. Effettivamente ha tutto un altro fascino degustare un vino passeggiando nella vigna da cui viene prodotto. E’ come se fosse un ulteriore marcatore di territorialità, autenticità e appartenenza dei vitigni autoctoni campani alla propria terra, rappresentata da uno dei più elevati numeri di varietà indigine.

Territori unici nel suo genere, impressionante comprendere quanta vita si sia susseguita in queste terre e come oggi esse stesse siano in grado di raccontare secoli di storia, attraverso un calice. La meraviglia di un vino sta anche, tanto, qui.

Al termine della visita, la serata è proseguita nella splendida location di Bosco de’ Medici,  sotto un accogliente pergolato.

Tre grandi tavoli allestiti per poter godere al meglio gli interventi degli ospiti presenti, effettuando la degustazione dei vini della denominazione Vesuvio in contemporanea alle spiegazioni di enologi e tecnici (Carmine Valentino e Vincenzo Mercurio ) consulenti delle aziende presenti, prontamente nei nostri calici, grazie al lavoro dei sommelier di AIS Campania.

Spostandoci una 40ina di chilometri a nord ovest, il paesaggio e la coltivazione della vite cambiano non poco.

Il giorno successivo (1 settembre), ci troviamo alle porte del bosco degli Astroni, riserva naturale protetta dal WWF, tra Napoli e Pozzuoli.

Le vigne di Raffaele Moccia si trovano in un anfiteatro  che guarda l’ippodromo di Agnano e di fatto la sua azienda si chiama Agnanum. D’intorno sono spuntati come funghi palazzi, case,  capannoni industriali, con tutto il corraggio che ci vuole ad edificare su un territorio così instabile e poco accogliente…vediamo perché.

Raffaele e la sua famiglia avevano  un piccolo appezzamento di circa 5 ettari. Ci racconta che quella vigna era stata impiantata da un suo avo, probabilmente dal bisnonno, stando a quanto raccontava il padre. Grossomodo si parla dell’800…insomma, qualche annetto fa.

Oggi possiede circa 15 ettari di terreno in un unico appezzamento. Anche se a corpo unico, la vigna di Agnano è divisa tra due comuni: circa 11 ettari nel comune di  Napoli, 4,5 circa in quello di Pozzuoli. L’amplimento della proprietà è avvenuto in un arco temporale di circa 10 anni,  dovuto al recupero di altri 10 ettari di chi, vicino a lui, ha abbandonato la vigna gradualmente per dedicarsi ad attività più redditizie e, forse, meno complesse. Nel corso di questo periodo, Raffaele ha (ri)trovato terrazzamenti scomparsi. Come è possibile? Qui nei Campi Flegrei nulla è come sembra, nulla si può paragonare alla gestione della vigna di tutti gli altri areali conosciuti. In questa zona i terreni son così esili, poveri e tendenti a franare che sono sufficienti 4/5 anni di mancata manutenzione che la collina non fa tanti discorsi… si riappropria del suo stato originario, tornando scoscesa. Questi terreni sono stati anticamente realizzati dagli Angioini e altro non si poteva fare che rispolverare l’arte, l’antica tecnica per ottenere i terrazzamenti da coltivare a vite.

I Campli Flegrei sono vulcani spenti e chi si dedica alla coltivazione delle colline si ritrova a lavorare ai bordi di tali vulcani che sono, per loro natura, collocati in curva. Linearità non ce n’è e va quindi seguita la sinuosità della collina per realizzare i terrazzamenti su cui coltivare la vite. Potrebbe diventare una disciplina olimpica, ma davvero in pochi credo sarebbero in grado di portare a casa una medaglia. Raffaele sì. Lui ce la fa. Lui ha vinto. Vince ogni giorno perché quotidianamente gareggia con la Natura e con le sfide che gli mette davanti. Al suo fianco Gennaro, il figlio, e alcuni validi aiutanti, anche se sono davvero pochissime le persone che ancora oggi hanno la volontà di affrontare un lavoro simile. Grande stima e ammirazione per dei viticoltori non solo eroici nel vero senso del termine, ma anche tanto tanto appassionati e legati alle proprie radici, indissolubili e forti come quelle delle viti a piede franco che popolano quest’area.

Sarebbe stato molto più semplice estirpare tutto e cominciare daccapo, realizzando terrazzamenti che potessero consentire un minimo di meccanizzazione. Raffaele non ha potuto né voluto farlo perchè in una buona parte dei terreni hanno dettato legge le viti e lui ha scelto di manterene le piante storiche. Perché mai? Provate anche solo a immaginare  (impossibile!)  che per allargare un terrazzamento, avrebbe dovuto estirpare viti con 150 primavere alle spalle!

Pensare che ci passa a malapena una persona alla volta, a piedi e, anche qualora si riuscisse ad entrare con una motozappa o un altro attrezzo, non sarebbe comunque consigliabile utilizzarli a causa dei terreni così poco coesi: non riuscirebbero a sostenere il peso dell’attrezzo. Con il caldo, a partire da maggio, si estirpa, si lavora tutto a mano, trattamenti compresi con la pompa a spalla. Fino all’anno scorso era persino impossibile entrare in vigna con l’auto o col quad. Nell’ultimo periodo invece Raffaele ha studiato nuovamente la collina ed ha individuato alcune zone in cui creare dei percorsi “rubati” ai filari che sono stati spostati fuori dalla strada, creando la “calatoia” (propagine) per riuscire a passare con i mezzi:  in pratica sopra un tronco di vite interrato e con le estremità fuori.

Il sistema di allevamento, come lo chiamava il padre di Raffaele, è la pergola puteolana. 

Gli zii avevano adottato un sistema più antico (la pergola puteolana è un’evoluzione del vecchio sistema), la “pratese” che permetteva alla vite di svilupparsi in maniera abnorme, cercando di scegliere ogni anno il tralcio che più gli piaceva, anche se si trovava all’estremità opposta del tralcio, lo tenevano senza addomesticare la vite con le potature annuali. Oggi si cerca di far sviluppare la vite in prossimità del fusto, prima invece la produzione era alla sua estremità, anche a 10 mt dal fusto stesso. Raffaele ha mantenuto anche questi sistemi di allevamento, nonostante non siano produttivi. Sarebbe infatti stato un danno per la vite cercare di addomesticarla dopo oltre 100 anni in cui si è comportata in ben altro modo. Anche il solo tentativo di far uscire un tralcio in prossimità del fusto, avrebbe potuto causare la morte certa della pianta.

Ultimamente ha deciso di modificare l’allevamento: tutti i filari, anche dove era presente il guyot fino a due anni fa, sono stati oggi convertiti a pergola classica perché, secondo la filosofia di Raffaele, i cambiamenti climatici stanno accelerando le maturazioni, non consentendo al grappolo di formarsi e svilupparsi nei tempi corretti e, anzi, esponendolo a bruciature. La pergola, quindi, interviene a mitigare questa tendenza negativa della precoce maturazione.

Noi il giro in quad siamo riusciti a farlo, guidati dal fantastico Gennaro Moccia, che meriterebbe il Nobel solo per la volontà che ha, giovane così, ad aver voluto seguire le orme del padre e del nonno, lavorando nell’azienda di famiglia.

Complimenti davvero e grazie infinite per l’opportunità unica!

I vini di Raffaele e di altre aziende dei Campi Flegrei, sono stati degustati, alla presenza dei produttori, in occasione di una cena, la sera stessa della visita ad Agnaum, in un graziosissimo ristorante al porto di Pozzuoli. Impagabile l’ospitalità napoletana!

La Falanghina flegrea ha sfoderato grande pregio e  fattura, specie nelle annate indietro. Plauso speciale, anche, a Contrada Salandra per la sua 2010, eterna ed immensa; a Cantine del Mare  nella Riserva Sorbo Bianco e a Cantine Astroni (2015) che conferma la profonda territorialità e la longevità che questo straordinario vitigno può regalare.

Notevole anche il  Piedirosso, sempre di Astroni: un vino che sta dimostrando il talento di cui può essere dotato, in equilibrio e freschezza – senza sovrastrutture – con una sfumatura tannica di carattere ma immediatamente godibile.

Sara Cintelli

Sara Cintelli

Fiorentina DOCG, nata e cresciuta a Firenze, dove ancora oggi vivo e lavoro. Amo il vino, per questo sono qui. E' diventata la mia professione. Ne scrivo, lo cerco e lo racconto, nella mia mai doma ricerca di stupore.

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