Pakravan Papi: il vino e la storia di un amore

Non è difficile legare il vino a una storia d’amore.  Pakravan Papi ne è la prova vivente

Galeotta fu l’alluvione fiorentina del ’66, dove Enzo Papi e Amineh Pakravan si trovarono da studenti nella città gigliata e si conobbero durante uno degli interventi dei cosidetti “Angeli del fango”, i volontari che davano una mano a chi era più in difficoltà, avendo subìto danni ingenti a causa della ferocia dell’Arno.

Toscano lui (precisamente di Cecina), iraniana lei (ma cresciuta in Francia) condividevano l’amore per la terra e nel 1973 decisero di acquistare il primo appezzamento di quello che oggi è la Tenuta Pakravan Papi. 90 ettari di proprietà, per lo più a bosco, macchia mediterranea e uliveti e soltanto 20 a vigneto (circa 16 ha a bacca rossa, il restante bianca).

La biodiversità, quindi, la fa da padrona e glielo si lascia fare con tutti i benefici del caso.

L’amore per questa tenuta ha dato lo slancio ad Amineh ed Enzo per creare un’azienda nata su un territorio da sempre vocato alla viticoltura, anche se nel corso dei secoli, la macchia mediterranae si era prepotentemente resa unica padrona della zona. Negli anni, hanno anche ristrutturato i due casali datati 1740, trasformati in appartamenti per vacanza in agriturismo e dalla fine degli anni ’90/inizio 2000 hanno iniziato la produzione di vino, prima impiantando un nuovo vigneto e, successivamente, costruendo la nuova cantina.

Oggi l’azienda è guidata dal figlio Leopoldo Papi, appassionato produttore che, affiancato da altrettanti (e giovani) collaboratori dediti alla passione per il vino, porta avanti l’azienda con entusiasmo.

La cantina è affidata a una giovanissima enologa livornese, Alice Bono, di appena 27 anni ma con un entusiasmo e una professionalità degni di una grande esperienza, supportata anche alla consulenze esterna della Dr.ssa Graziana Grassini. 

Ospiti del 25 hours Hotel di Firenze, martedì 1 marzo i vini di Pakravan sono stati protagonisti prima di un ricco aperitivo nella zona bar, dove abbiamo degustato la Malvasia toscana 2020, da suolo argilloso lacustre che, come tutti i vigneti presenti in azienda, risente dell’influenza del mare, appena a 12 km di distanza. Dopo una pressatura soffice e seguente decantazione a temperatura controllata, l’uva subisce la prima sfecciatura a 7° C. ante della fermentazione, che ha poi inizio con l’aggiunta di lieviti selezionati. 3-4 mesi sulle fecce con ripetuti batonnage. Circa 3/4000 le bottiglie prodotte. Molto gradevole al naso, fresca di agrumi e fiori di acacia, si affaccia al palato con un sorso sapido e leggero. Ottimo in apertura dell’aperitivo.

Nella saletta privata dove si è svolta una gustosissima cena, si sono susseguiti poi gli assaggi delle altre referenze:

Ribellante 2020 IGT Toscana – Riesling italico in prevalenza, saldo di ChardonnayQuest’ultimo, proveniente da terrini di argillosi  di orgine marina, ne esalta l’acidità regalando profondità ed avvolgenza al palato. Il nome “Ribellante” viene da una terzina del 1° canto di Dante dove  spiega a Virgilio come mai gli sia stato negato il Paradiso e gli fa dire «Perch’io fui ribellante alla sua legge» [alla legge di Dio, dato che Virgilio non conobbe l’era cristiana, Ndr]. Da qui nasce il nome al vino, dal pensiero diffuso che la Toscana non sia in grado di esprimersi al meglio anche nei vini bianchi. Appena 5000 bottiglie per un sorso che racconta di bilanciamento tra ricchezza di aromi e freschezza e pulizia di bocca, brillante e slanciato. Solo acciaio.

Gabbriccio 2017  IGT Toscana –100% Sangiovese piccolo della costa toscanaLe vigne hanno circa 20 anni, la prima annata fu la 2003. Una sfida per l’epoca (forse anche oggi) perchè quella zona era ormai vocata alla produzione di vini da vitigni internazionali (la vicina Bolgheri docet) e il Sangiovese non era certo il padrone di casa in quella parte di Toscana. Ma la sfida è stata vinta dal Gabbriccio. Prende il nome dai terreni su cui sorge la vigna, detti “gabbricci” cioè di origine effusiva (ex vulcani) e ricchi di argilla. Trascorre minimo un anno in tonneaux da 500lt e botti da 20 hl.  A partire dalla vendemmia 2020, invece, l’affinamento si svolge in tini tronco-conici da 50 ht. Il frutto è nettamente in primo piano, accarezzato da una nota floreale leggera. Succoso e di grande acidità, accompagna il sorso un piccolo esercito di tannini vivaci, tesi ma in fase di integrazione, come se avessero già capito qual è il loro posto, senza sgomitare per prevaricare sul palato.

Prunicce 2019 IGT Toscana – 60% Sangiovese piccolo, 40% Cabernet Sauvignon – Considerato come il vino di “entrata” della gamma dei Rossi di Pakravan Papi, svolge entrambe le fermentazioni in acciaio per poi passare separatamente un anno circa in legno grande. Al termine dell’affinamento, le masse vengono unite e riportate in acciaio per la stabilizzazione finale, pre-imbottigliamento. La presenza del Cabernet dà il proprio contributo alla struttura del vino, più massiccio e “maschile” rispetto agli assaggi precedenti, vuoi anche per la macerazione sulle bucce per circa 10/15 gg. Già al naso si mostra con intense note di prugna matura e spezie orientali. Al palato irrompe con la gioventù di tannini ancora acerbi, diamogli tempo per assestarsi, il potenziale non manca.

Cancellaia 2018 IGT Toscana – Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc con bilancio a favore del primo. La bassa Val di Cecina si è guadagnata negli anni la fama di zona di eccellenza per la produzione di Cabernet. I terreni di origine vulcanica della Vigna Pelagaccio, benedetta dal sole e impiantata su un’area di acciottolati di origine effusiva, ricchi di minerali, conferiscono a questo blend bordolese la potenza e l’intensità tipica di tale tipologia. Anche per il Cancellaia le vinificazioni delle due uve avvengono separatamente con macerazione intorno ai 15 gg. Affinamento 12/18 mesi, da manuale bordolese, in barrique di rovere francese, anche di 2° e 3° passaggio, in base alla parcella da cui proviene l’uva. Il rubino cupo e fitto regala frutti neri maturi, accenni fumé con un passaggio corposo sul palato, guidato da nota una speziata che accompagna il lungo finale. Da attendere 4-5 anni per riscorprirlo nel pieno dell’equilibrio di bocca, un gran bel vino in prospettiva. Circa 20mila le bottiglie in commercio.

Campo del Pari 2016 IGT Toscana – 70% Merlot, 30% Cabernet Sauvignon – Ecco la punta di diamante della produzione aziendale. Frutto di un “clos” chiamato “Campo del Pari” data l’estensione pianeggiante sulla cima di una collina, il vino è la risposta di Graziana Grassini al suggerimento di un amico francese che pungolò la famiglia Papi, evidenziando come una parte di sangiovese piccolo avrebbe potuto valorizzare l’eccellente Merlot di questa parcella di vigna. Il colore pieno e fitto avvolgere il calice con rimandi di prugna essiccata e ciliegia sotto spirito. Polvere di cacao aleggia e danza nel sorso caldo e dall’ottima freschezza, pennellate di olive in salamoia fanno coppia nel finale con nitidi balzi di frutti maturi. Stunning, per dirla all’inglese.

Al termine di un ricchissima cena di 4 portate, ci viene servito un goloso tagliere di formaggi semi-stagionati e stagionati con miele e confetture, per abbinarlo all’ultimo vino della serata, un Bianco arricchito dal passaggio in legno.

Serra de’ Cocci 2020 IGT Toscana- Chardonnay 100%, fermentazione in barrique e affinamento di 8 mesi sulle fecce. A cavallo tra una chiara ispirazione borgognona e la propria identità mediterranea, Serra de’ Cocci racconta nel suo nome i resti di ceramiche ritrovati nel terreno da cui nasce. Culla il degustatore tra i profondi aromi tipici di frutti tropicali dello Chardonnay cresciuto al sole e l’acidità agrumata e di floreale estivo, di ginestra fresca, portata dalla brezza del vicino mar Tirreno. Ottimo finale di serata.

Sara Cintelli

Sara Cintelli

Fiorentina DOCG, nata e cresciuta a Firenze, dove ancora oggi vivo e lavoro. Amo il vino, per questo sono qui. E' diventata la mia professione. Ne scrivo, lo cerco e lo racconto, nella mia mai doma ricerca di stupore.

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